Quando: caso emerso a metà settembre 2026, richiesta di riscatto il 16 settembre 2026 · Dove: Italia ed Europa
Secondo la banca, i suoi sistemi non sono stati violati: ai criminali è bastato chiedere i dati fingendosi la polizia. A metà settembre 2026 è emerso che un gruppo di criminali informatici ha ottenuto dalla banca digitale Revolut documenti e informazioni riservate di centinaia di clienti europei, presentandosi come investigatori italiani.
COSA È SUCCESSO
Per mesi i truffatori hanno inviato alla banca richieste di informazioni in apparenza ufficiali, a nome della Polizia postale. I messaggi partivano da una casella di posta elettronica certificata (PEC) istituzionale autentica, che secondo la stampa sarebbe riconducibile a una Prefettura italiana: un mittente legittimo e credibile, che non ha destato sospetti. Secondo alcune ricostruzioni, le credenziali della casella sarebbero state rubate con un malware che sottrae le password dai computer infetti.
Secondo il Financial Times i clienti coinvolti sarebbero circa 680, un numero non confermato dalla banca. Tra i dati consegnati figurerebbero documenti d’identità e passaporti, coordinate bancarie, le foto usate per il riconoscimento e i movimenti dei conti, anche in criptovalute.
Revolut ha parlato di una «sofisticata truffa di impersonificazione esterna» e ha precisato che i fondi dei clienti non sono stati toccati. La banca ha bloccato l’indirizzo, avvisato le autorità e informato i clienti interessati.
IL RICATTO
Il 16 settembre 2026 il gruppo ha rivendicato l’operazione e ha chiesto alla banca un riscatto di 3 milioni di dollari in criptovalute entro 24 ore, minacciando di vendere i dati ad altre organizzazioni criminali. Secondo la stampa il riscatto non è stato pagato e nei giorni successivi il gruppo ha annunciato la messa in vendita dei dati e ha iniziato a contattare direttamente alcuni clienti per chiedere denaro. Sul caso indagano la magistratura e la Polizia postale.
COSA INSEGNA ALLE IMPRESE
Un mittente «ufficiale» non basta a garantire che una richiesta sia autentica. Se qualcuno ruba le credenziali di una casella PEC o email, può scrivere a nome di un ente, di un cliente o di un fornitore senza che il destinatario se ne accorga.
Lo stesso schema può colpire uno studio professionale o una PMI: una richiesta di dati dei clienti, un cambio di IBAN o un sollecito di pagamento che arriva da un indirizzo vero, ma controllato da criminali. E se i dati che custodisci finiscono in mani sbagliate, sei tu, come titolare del trattamento, a dover gestire notifiche, comunicazioni ai clienti e possibili richieste di risarcimento.
COSA PUOI FARE
- Prima di inviare dati riservati o eseguire un pagamento richiesto via email o PEC, verifica con una telefonata a un numero che conosci già, non a quello indicato nel messaggio.
- Proteggi PEC e posta aziendale con password robuste e, dove possibile, con l’autenticazione a due fattori.
- Non salvare le password nel browser dei computer di lavoro e tieni aggiornato l’antivirus: i programmi che rubano credenziali sono tra i più diffusi.
- Stabilisci in azienda chi può autorizzare l’invio di dati personali all’esterno e con quali controlli.
- Se i dati dei tuoi clienti vengono sottratti scattano obblighi precisi, a partire dalla notifica al Garante entro 72 ore: ecco cosa fare passo per passo.
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Fonti: Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2026; AGI, 16 settembre 2026; Geopop, 24 settembre 2026; Corriere della Sera, settembre 2026. Ricostruzione basata su fonti di stampa pubbliche; articolo aggiornato al 3 novembre 2026.
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